Ludwig Wittgenstein, 1930

16 Gennaio 2009

La nostra cultura è caratterizzata dalla parola «progresso». Il progresso è la sua forma, non una delle sue proprietà, quella di progredire. Essa è tipicamente costruttiva. La sua attività consiste nell’erigere qualcosa di sempre più complesso. E anche la chiarezza serve a sua volta solo a questo scopo, non è fine a se stessa. Per me, al contrario, la chiarezza, la trasparenza sono fine a se stesse. A me non interessa innalzare un edificio, ma piuttosto vedere in trasparenza dinanzi a me le fondamenta degli edifici possibili. Il mio scopo quindi è diverso da quello dell’uomo di scienza, e il movimento del mio pensiero diverso dal suo.

Il primo movimento fa seguire un pensiero all’altro, il secondo mira sempre allo stesso punto. L’uno costruisce prendendo in mano una pietra dopo l’altra, l’altro afferra sempre la stessa pietra.

Ogni frase che scrivo intende già il tutto, e dunque di continuo la stessa cosa. Non sono altro, per così dire, che vedute di un unico oggetto osservato sotto angoli diversi.

Potrei dire che, se al luogo cui voglio pervenire si potesse salire solo con una scala, abbandonerei il proposito di raggiungerlo. Infatti, dove debbo tendere davvero, là devo in realtà già essere. Ciò che è raggiungibile salendo una scala non mi interessa.

Pensieri diversi »

George Steiner, 2005

1 Gennaio 2009

Il pensiero è incontrollato. Molto probabilmente è un fenomeno prelinguistico, una pulsione di energie psichiche che precede ogni articolazione precisa. Ma, rinchiusi nella grande prigione del linguaggio, non arriviamo mai ad alcuna nozione plausibile, e meno che mai «traducibile», di ciò che potrebbe essere il pensiero non detto o indicibile. Per quel tanto che emergono in parole, immagini, sogni o rappresentazioni simboliche, i livelli che la psicologia del profondo, come la psicoanalisi o l’ipnosi, identifica come subconsci, o inconsci, sono superficiali. Nella geofisica della psiche umana sono molto vicini alla crosta. E persino in superficie, il controllo è solo intermittente. In ogni momento, gli atti del pensiero sono soggetti a intrusioni. Una visione o un suono improvvisi, per quanto marginali, una qualunque esperienza tattile, un’ombra di noia o di stanchezza, il cuneo di un desiderio inaspettato, si possono appropriare di una risposta del pensiero. La fenomenalità sensibile può controllare e reindirizzare il pensiero quasi in ogni momento delle nostre vite. La maggior parte del volume di memoria e di oblio si situa ai margini sfumati del pensiero volontario.

Eppure, si osservi il paradosso. Questo nucleo inaccessibile della nostra singolarità, il più intimo, privato, impenetrabile dei nostri possedimenti è anche un luogo comune moltiplicato per miliardi. Benché espressi, detti o non detti, in forme lessicali, grammaticali e semantiche diverse, i nostri pensieri sono, in misura schiacciante, un universale umano, una proprietà comune. Sono stato pensati, sono pensati, saranno pensati milioni e milioni di volte da altri. Sono infinitamente banali e scoloriti. Merci usate. Sono prodotti da grande distribuzione etichettati dai luoghi comuni infinitamente reiterativi del nostro linguaggio, della nostra cultura, del nostro tempo e del nostro ambiente. Tutto ciò è una conseguenza inevitabile del linguaggio. Siamo nati all’interno di una matrice linguistica storicamente ereditata e condivisa. Ne segue che la vera originalità del pensiero, il pensare un pensiero per la prima volta è estremamente rara. È la forma verbale, non il contenuto, che dà un’impressione di novità. Ma non c’è assolutamente alcun modo di sapere, e tanto meno di provare, che quel pensiero non sia mai stato espresso prima, anche in una forma meno adeguata, difettosa o magari anche solo come un «borbottio». Può essere venuto in mente a uomini e donne subalfabetizzati o non alfabetizzati, ai sordomuti o ai cerebrolesi che molto semplicemente non ne hanno preso nota. «Originalità» è quasi sempre una variante o un’innovazione nella forma nei mezzi esecutivi, nei media disponibili.

Pensare è sommamente nostro; sepolto nella privatezza più intima del nostro essere. È anche il più comune, usurato, ripetitivo degli atti. Questa contraddizione non può essere risolta.

Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero »

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Franz Kafka, 1920

24 Ottobre 2008

Il mondo degli uomini confezionati è un inferno, una fossa di letame puzzolente, un nido di cimici.

Italo Calvino, 1972

17 Ottobre 2008

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello
che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a
molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento
continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno,
non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Le città invisibili »

François Jullien, 1998

1 Ottobre 2008

Dal momento in cui si dice qualcosa, si opera in senso contrario rispetto all’indistinguibilità delle cose, si perde di vista il loro fondo comune e, disgiungendo ogni cosi, lo si imprigiona e irrigidisce. Dire è scegliere, dire è spezzare; ciò facendo, si «offuscano» l’indelimitabilità e l’indissociabilità del corso - della «via» - che si estende continuamente da tutti i lati, su di uno stesso piano (l’esistenza), dunque senza più spigolo, e nemmeno biforcazione o lato: infatti senza privilegiare niente - senza mettere niente in rilievo - e senza separare niente, la via può fare esistere tutto (coesistere: il «mondo»). Quando si oppone la parola alla saggezza, ne deriva una conseguenza del tutto naturale. Una esclude l’altra. E solo «se non si parla» che si riesce a «(ri)mettere tutto su di uno stesso piano», su di un piede di uguaglianza. Dal momento in cui si parla, invece, «tutto non è più sullo stesso piano»: qualunque affermazione recisa, in sé, è un partito preso e, di conseguenza, si instaura una differenza che va a costituire l’alveo delle preferenze; la parola introduce una «parzialità» che si traduce nell’essere di parte. Ogni dire in effetti mette in risalto qualcosa, e in tal modo comporta l’abbandono del carattere piano, «uguale», dell’esistenza. Piano di fondo - indifferenziato.

Il saggio è senza idee »

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François Jullien, 2006

19 Settembre 2008

Al di sotto di ogni «divisione» va ricercato l’indiviso, proprio come al di sotto di ogni discussione va ricercato l’indiscusso: quel fondo di armonia silenziosa dai cui provengono tutte le divisioni - da cui provengono tutti i suoni - e che costituisce anche il loro fondo d’intesa, solo a partire dal quale esse si comprendono.

Portare l’attenzione a non focalizzarsi e, di conseguenza, favorire una «distensione» dell’apprensione: infatti è nella «disinvoltura» che risiede l’intelligenza.

Parlare senza parole »

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Rainer Maria Rilke, 1910

18 Luglio 2008

Quando si parla degli eremiti si presume sempre troppo. Si pensa che la gente sappia di cosa si tratta. No, non lo sa. Non ha mai visto un eremita, lo ha soltanto odiato senza conoscerlo. Sono stati i suoi vicini a logorarlo, e le voci nella stanza accanto a tentarlo. Hanno aizzato le cose contro di lui perché facessero rumore e lo soverchiassero. I bambini si coalizzavano contro di lui, perché era delicato e bambino, e ogni volta che cresceva cresceva contro i già cresciuti. Lo braccavano nel suo nascondiglio come una preda, e la sua lunga giovinezza non conobbe periodi di tregua. E se resisteva allo sfinimento riuscendo a fuggire, allora gridavano contro quanto veniva da lui, lo definivano brutto e lo rendevano sospetto. E se lui non vi prestava ascolto, diventavano più sfrontati e mangiavano il suo cibo e respiravano la sua aria e sputavano sulla sua povertà per rendergliela ripugnante. Gettavano su di lui il discredito come su un appestato e gli scagliavano addosso le pietre perché si allontanasse più in fretta. E avevano ragione, nel loro istinto primitivo: perché egli era davvero il loro nemico. Ma poi, vedendo che non alzava lo sguardo, cominciarono a riflettere. Sospettarono d’aver fatto, in questo modo, proprio la sua volontà; di averlo rafforzato nella sua solitudine e aiutato a isolarsi da loro per sempre. Allora cambiarono all’improvviso e ricorsero al mezzo ultimo, estremo, l’altro ostacolo: la fama. E a quel chiasso quasi tutti alzarono gli occhi e si lasciarono distrarre.

Ancora non capivo la fama, questa pubblica demolizione di un essere in divenire, nel cui cantiere la folla irrompe per scompaginargli le pietre. O giovane sconosciuto in cui cresce qualcosa che ti fa rabbrividire, rimani ignoto. E se ti contraddicono quelli che non ti considerano, se ti abbandonano quelli che tu frequenti, se ti vogliono annientare a causa dei pensieri che ami, cos’è questo rischio palese e rinsaldante paragonato alla scaltra ostilità della fama, che più tardi, diffondendoti, ti rende inoffensivo? Non pregare nessuno di parlare di te, neppure in tono dispregiativo. E se il tempo passa e ti accorgi che il tuo nome si è propagato tra la gente, non prenderlo più seriamente di quanto altro trovi sulle loro bocche. Pensa: è diventato scadente, liberatene. Scegline uno diverso, uno qualsiasi con cui Dio possa chiamarti di notte. E celalo a tutti. Tu, il più solitario, il più appartato, come hanno rincorso la tua fama. Quanto tempo è passato da quando erano contro di te, irriducibili, e ora
ti frequentano come un loro simile. E portano con sé le tue parole nelle gabbie della loro boria e le mettono in mostra sulle piazze e le aizzano
un po’ restando al riparo. Tutte le tue terribili belve.

I quaderni di Malte Laurids Brigge »

Gilles Deleuze, 1980

11 Luglio 2008

Un libro non ha né oggetto né soggetto, è fatto di materie diversamente formate, di date e di velocità molto differenti. In un libro, come in ogni cosa, ci sono linee di articolazione o di segmentarità, strati, territorialità; ma anche linee di fuga, movimenti di deterritorializzazione e di destratificazione. Non c’è differenza tra ciò di cui un libro parla e la maniera in cui è fatto. Il libro non ha più nemmeno oggetto. In quanto concatenamento, è se stesso solamente in connessione con altri concatenamenti, in rapporto con altri corpi senza organi. Non si domanderà mai quel che un libro vuole dire, significato o significante, non si cercherà niente da capire in un libro. Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare, perfino delle contrade a venire. Il libro non è un’immagine del mondo secondo una credenza radicata. Fa rizoma con il mondo, c’è evoluzione aparallela del libro e del mondo, il libro assicura la deterritorializzazione del
mondo, ma il mondo opera una riterritorializzazione del libro, che si deterritorializza a sua volta in se stesso e nel mondo (se ne è capace
e se può farlo).

Lou Reed, 1996

4 Luglio 2008

I wish I had a talking book
That told me how to act and look
A talking book that contained keys
To past and present memories

A talking book that said your name
So if you were gone, youd still remain
More than a picture on a shelf
In imagination I could touch

I wish I had a talking book
Filled with buttons you could push
Containing looks and sights, your touch
Your feel, your breath, your sounds, your sighs

How much Id bluster to ask it why
One must live and one must die

I wish I had a talking book
By my side so I could look
And touch and feel and dream, a look
Much bigger than a talking book
A taste of loving future and past
Is that so much to really ask
In this one moments time and space
Can our love really be replaced
By a talking book

Hugo von Hofmannsthal,1895

27 Giugno 2008

Certo, ci si sente turbati nel vedere così tanti uomini che disputano attorno ai concetti come cani attorno a un vecchio osso, e non si ha il coraggio di considerare tutta questa attività come se non fosse nulla.

Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è, ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è.

Le parole non sono di questo mondo »